Da sabato è tornato il vento buono ed io per una scusa o per l'altra ho evitato di rispolverare il kite. Sto attraversando un periodo un pò "così". Oggi che ho il giorno libero ho programmato di stare in acqua quanto più tempo possibile, ma anche oggi esco di casa senza costume sebbene abbia già letto dallo sventolare delle palme in riva al mare che il vento c'è. Arrivo alla spiaggia con la scusa di internettarmi un pò, vado sul pontile e in acqua c'è già diversa gente. Tocca incazzarmi con me stesso per obbligarmi a tornare a casa a prendere il necessario per uscire, poi ricordo che ho già tutto qua in armadietto. Mi cambio torno sul pontile e aspetto. La mia testa cerca un pretesto per non uscire, e non ne trova. Gaetano:"Perchè non esci? è buono il vento!" Io:" No, raffiche e poi cala. Ne voglio di più per uscire. Tra un ora sarà perfetto." Dopo dieci minuti, constatato che mi sto prendendo per il culo, arrivo in spiaggia con l'attrezzatura. Riesco a perdere un casino di tempo districando le linee che sono assurdamente intrecciate, a questo punto non ci sono più scuse: entro in acqua. La sensazione è strana, pensavo che a questo punto mi sarei sciolto e avrei ritrovato il piacere di fare kite, invece la vocina che mi sussurra all'orecchio cercando di convincermi a desistere è ancora lì. Passo un ora a smadonnare e cadere. Le provo tutte, tolgo il depower, lo metto al massimo ma il risultato non cambia: mi alzo e cado di continuo. Sono sempre più incazzato. Non riesco proprio ad andare, quando arriva un tale che inizia un salto con rotazione a pochi metri da me, si schianta perde il controllo della vela e io per evitare che intrecci con la mia sono costretto a mollare in acqua il kite. Neanche riprovo a rialzarlo, non ho pazienza oggi. Mano alle sicure, sgancio tutto e torno a nuoto. Tre mesi senza allenamento si fanno sentire subito, nuotare è un agonia, ho subito il fiatone, fatico non poco a gestire le gambe per non sfiancarmi, ma ho fretta di raggiungere la riva e andarmene. Il panico prova a impadronirsi di me quando mi accorgo che le impressionanti onde di oggi, allo stesso modo in cui mi spingono avanti, mi ritrascinano anche indietro. Ma oggi sono troppo nero anche per preoccuparmi di affogare, continuo senza sosta fino alla riva. Mi siedo un momento per riprendere fiato e forze e mi rialzo subito in direzione del kite. Sono consapevole che il sorriso che provo ad abbozzare, per ringraziare il ragazzo che si è preso cura del kite, deve essere inguardabile ma oggi di meglio non so fare. Raccolgo tutto e torno al locale con le pive nel sacco. Incrocio il mio datore di lavoro che sta scattando foto in giro e mi chiede."allora come va?" Rispondo:"sono fortemente demotivato." Non è vero sono incazzato nero. Non so perchè mi sia uscita quella frase. Lui, un altro malato di kite, comincia subito a motivarmi:"non puoi pretendere di andar bene se stai due mesi senza uscire, devi praticare ogni giorno, anche solo mezz'ora ma ogni giorno." io:"si ma dopo sei anni di snowboard pensavo di saper almeno stare in piedi su una tavola, invece è tutta una caduta" mi segue fino in doccia e continua a parlarmi mentre mi lavo la sabbia di dosso:"guarda le condizioni del mare oggi, sembra una pista di motocross, non è facile imparare in queste condizioni, ma quando riesci qui non hai più paura di nessun mare" che bello vorrei non smettesse mai, ho proprio bisogno di essere coccolato un pò. E ancora: "ci siamo passati tutti, chiedi a chiunque, ti girano per forza ad imparare qui, ma è proprio una volta imparato che kitare qui, in questo mare, diventa una malattia". Non avevo bisogno di motivazioni, è proprio quando mi girano che mi interstardisco come un mulo, però un pò di carezze mica si buttano via. Ripreso fiato sono nuovamente in acqua, stavolta rimango sotto costa perchè so di aver già sprecato troppe energie per poter affrontare un'altra lunga nuotata, ma il copione non cambia, anzi va peggio di prima perchè nelle vicinanze della spiaggia l'onda è più cattiva. Tutta una caduta, ma non demordo neanche quando un onda mi sommerge e perdo il controllo del kite che si fa un altro tuffo. Anche se attorcigliato riesco a rialzarlo e indirizzarlo verso la spiaggia, in maniera che mi trascini a riva senza dover nuotare. Riordino il tutto e parto per l'ennesima volta, fino a che non mi devo arrendere all'evidenza di non avere più le forze ne la lucidità per combinare qualcosa di buono. Torno al locale e lavo tutto con acqua dolce, anche il kite, e mentre aspetto che si asciughi decido che è ora di tornare ad allenarsi seriamente e si comincia da subito. Mi lancio in piscina ma neanche quattro vasche e i miei muscoli gettano la spugna. Sono tutto un dolore, per oggi ho già dato. Torno sul pontile ad asciugarmi, siedo accanto a Miguel, un istruttore dominicano che già avevo incrociato in acqua e si era prodigato in ampi gesti di incoraggiamento, che mi dice:"Andiamo Davì questo è il vento giusto per imparare!" gli rispondo:"Miguel vedi quelle conchiglie che hai in evidenza sulla pancia? si chiamano muscoli e come puoi vedere io non li ho! sono senza forze!" Miguel si spacca dal ridere, e comincia a darmi consigli su come andare in mare mosso, gli rispondo che quello che mi dice è precisamente quello che facevo eppure la tavola sotto i miei piedi andava comunque dove gli pareva. Lui analizza la mia tavola io rimango seduto a guardare in mare e dalle mie spalle:"Hai gli attacchi troppo aperti non si può controllare la tavola così!". Mi giro e guardando Miguel in piedi sulla mia tavola, che mi mostra quanto giochino i piedi negli attacchi, nonostante tutto il sole preso oggi mi sa che sbianco:"é vero! prima di tornare in Italia due mesi fa ho allargato gli attacchi per non lasciare in tiro le parti elastiche!" Come ho fatto a non accorgermene in tre ore? torniamo a sederci a guardare i kite in acqua, ogni tanto Miguel si volta a guardare la mia espressione e ride. Riesce a far ridere anche me. Ma si buttiamola in ridere, però che tonto!
Da ormai tre notti incessantemente cade la "lluvia" che oltre ad un apprezzatissimo abbassamento della temperatura in casa fino a 27,6 °C, oggi ha reso l'"agua" che sgorga dai rubinetti di un preoccupante colore giallognolo e d'un odore decisamente terroso. Inevitabilmente rinchiuso in casa passo il tempo a indirizzare il mio odio al mio "enemigo" numero uno: un vecchio pazzo che ogni giorno arriva da un paesello distante 25 km, per pulire i 50 metri di "carretera" davanti la mia abitazione. Arriva puntuale sempre alle 7e20 e da subito si annuncia gridando, fischiando alle macchine (che rispondono con un colpo di clacson) o contando a squarciagola, il tutto sotto la finestra senza vetri della mia camera da letto.....
Meglio che mi vada a fare una doccia colorata...

Antenne è una cucaracha, una specie di scarafaggio marrone in grado di volare, di forma allungata, con due antenne sulla testa. Io e Antenne ci conosciamo da martedì da quando, cercando di aprire il rubinetto dell'acqua calda sotto al lavandino del bagno, a momenti la stritolo. é enorme antenne. é la cucaracha più grande che io abbia mai visto finora, e se ne vedono veramente tante da queste parti. Antenne vive in una piccola fessura tra lo scarico del lavandino e l'ingresso dello stesso nel muro. é molto schiva Antenne, si fa vedere poco e non si allontana molto dal suo rifugio. Esce col buio e abitualmente la trovo, quando rientro di notte, appollaiata sulla tubatura dell'acqua fredda, pronta a rintanarsi appena accendo la luce del bagno. Ormai è diventata un'abitudine per me accendere la luce guardando sotto al lavandino. Quando non la trovo sul tubo mi saluta muovendo le antenne che fuoriescono dallo scarico. Ma questa notte Antenne non c'è. Do qualche colpetto con l'unghia sul lavandino per vedere se si è avventurata nella parte inferiore ma niente, se fosse qui si sarebbe già precipitata nella sua tana. La vado a cercare in camera e quando accendo la luce sta li a guardarmi dalla parte alta della tenda. Antenne ha frainteso, questa è la mia di tana e non sono disposto a condividerla. Impugno la ciabatta e la saluto. Antenne si è presa troppa confidenza.

I lavori sono cominciati da tre giorni e già non se ne può più. Una ditta olandese, specializzata nel rifacimento delle spiagge, sta importando sabbia da un'altra baia per allargare il litorale. Morale della favola: spiaggia chiusa, vietato l'accesso al mare e ruspe in azione giorno e notte. Dopo il primo momento di stupore le facce sul pontile traspaiono nervosismo crescente per non poter fare kite, prendere il sole, godere della spiaggia o fare il bagno in mare. Gli unici felici sono i bambini locali che scavando nella nuova sabbia vanno a caccia di "caracol" conchiglie da rivendere poi a chi ne fa collane per turisti. Non c'è altro da fare: tocca aspettare! Ma mi manca la mia spiaggia.
Oggi dovendo trasferirmi nel nuovo appartamento ho scelto il modo più dominicano per farlo: mi sono fatto prestare uno scooter e ho passato la mattinata a trasportare valigie in perfetto stile locale. I dominicani trasportano di tutto tenendolo in equilibrio sui motorini, dai galloni d'acqua, ai mobili, passando per le bombole di gas, piuttosto che lunghissime assi di legno per la costruzione dei tetti delle case. Quindi tenendo in equilibrio con una mano la valigia sul sellino posteriore e guidando con l'altra, ho percorso almeno venti chilometri di strada tutta buche, auto che mi tagliano la strada e pedoni che attraversano incuranti dell'esistenza del traffico. Un dubbio mi ossessiona da oggi: come riescono i dominicani a suonare il clacson ogni dieci metri se lo stesso sta sul manubrio di sinistra e con la mano sinistra reggono qualcosa dietro la schiena?

Ebbene si la decisione è presa: lascio il bel quartiere dove vivo. Da quando, venti giorni fa, sono tornato a Cabarete, mi sono trasferito nel quartiere più esclusivo del paese, dove la vita scorre all'insegna dell'agio, della tranquillità e della sicurezza. Da una settimana sto cercando un nuovo appartamento dove vivere e devo ammettere che per qualche giorno ho cercato di rimanere qui, ammaliato dalla bella vita fatta di aria condizionata, tv via cavo, frigorifero, internet, elettricità anche di notte, assenza di formiche, scarafaggi e zanzare. La ricerca della nuova dimora oggi mi ha portato in uno dei quartieri più poveri del paese, dove vivono quasi esclusivamente neri. In passato, quando con lo scooter accompagnavo a casa un collega, ci sono entrato spesso, sempre di notte e per brevi momenti. L'idea della povertà in cui versano ancora molte persone, quindi già me l'ero fatta, ma vedere oggi, alla luce del sole, tutte quelle strade fatte di pantano pietre e pozzanghere e quelle troppe case ancora in lamiera, senza acqua o corrente elettrica, è stato parecchio triste. Per quanto le condizioni igieniche della residenza che ho visto siano accettabili, anche se i miei colleghi dominicani si sono offerti di accompagnarmi a casa ogni notte e di spargere la voce di lasciarmi stare, non potrò andare a vivere li, perchè è troppo pericoloso per un bianco che rientra di notte con uno zainetto sulle spalle contenente un computer. Penso che salvo proposte dell'ultimo minuto, da sabato mi trasferirò in un appartamento piccolo ma che mi piace abbastanza. Il problema è che sta dalla parte opposta del paese rispetto a dove lavoro, quindi sarò obbligato a comprare uno scooter e soprattutto dovrò fare la cosa che più odio in questo luogo: guidare su delle strade prive di leggi ne di buonsenso.
p.s.p.l.m.(post scritum per la mamma): non ti preoccupare domani ho in programma di cronometrare quanto tempo ci sto ad arrivare a lavoro a piedi via spiaggia!!!
Sono le quattro del pomeriggio. Terminato di lavorare mi siedo sul pontile, guardo in acqua i kite, ma non seguo nessuno in particolare, attorno a me il solito via vai, ma non parlo con nessuno, ho voglia di pensare ai fatti miei.
Ika viene a sedersi accanto a me. Parliamo parecchio io e lui in questi giorni. Guardando verso il mare, con il vento in faccia, inizia un dialogo lentissimo e pieno di pause:
lui: "avevi detto che saresti uscito oggi pomeriggio."
io: "sono stanco e ho sonno."
lui: "stai male?"
io: "è solo stanchezza."
lui: "è per una donna?"
io: "già, ma non mi va di parlarne."
lui: "la stessa per cui a inizio di settembre hai perso tutti quei chili?"
io: "in quel periodo mi allenavo molto."
lui: "è molto importante per te?"
io: "già. conosci Marzullo?"
lui: "cos'è successo?"
io: "ti odio quando fai così."
lui: "la ami tanto?"
io: "l'ho abbandonata e l'ho persa."
lui: "il destino ci ritorna quello che perdiamo per strada."
io: "lo stesso destino che mi ha portato qui?"
lui: "le scelte che facciamo hanno sempre un perchè anche se non riusciamo a vederlo."
io: "ora sembri l'oracolo di matrix."
lui: "ti va di dirmi com'è andata?"
io: "no, vado a fare la doccia."
lui: "ti fa bene parlarne."
io: "adios Ika."
lui: "ciudate."
Non porto gli occhiali arrivando alla spiaggia quindi non mi riesce di identificare la sagoma che mi viene incontro, ma la camminata è inconfondibile: Ika è tornato. Se n'era andato come tutti gli istruttori stranieri terminata l'alta stagione. Non è quello con cui ho legato di più ma di sicuro è la presenza sul pontile di cui più sentivo la mancanza. Ika è serbo, "guru" lo chiamano e mai soprannome fu più azzeccato. Solo a guardarlo infonde calma, saggezza e sicurezza. Vive a Cabarete da due anni, si mantiene dando lezioni di kite che però non pratica molto, anche se ho avuto modo di vederlo in acqua ed è veramente bravo. Per lui il kite è un lavoro che da persona seria qual'è ci tiene a fare bene e si vede, ma dice, dopo due anni aveva bisogno di una vacanza. Abbiamo chiacchierato parecchio oggi sul pontile ed è decisamente felice di essere tornato. Lo guardo, lo capisco bene e gli chiedo perchè siamo tutti così contagiosamente felici di tornare qui? Cosa ha di così particolare questo posto? Mi guarda dritto negli occhi e mi butta la una frase da guru che tanto detesto: "ognuno di noi ha la sua risposta."
Già! Il guru è tornato.
Finalmente giunta al termine questa infinita giornata trascorsa all'insegna del: "troviamo una moglie a Devì"
Non so perché ma i miei colleghi locali si aspettavano vedermi tornare dall'Italia con la mia ragazza, anzi quella che avevo detto loro essere mia moglie (piccola bugia utile ad evitarmi immensi fastidi). Oggi, avuta la conferma che non esiste più una fidanzata ne moglie, si è aperta una vera e propria gara per tentare di rifilarmi chi una figlia ventenne, chi una sorella, una nipote, una cognata o una vicina di casa. Da subito sono stato al gioco, col protrarsi della cosa mi sono annoiato, finendo con l'incazzarmi non poco quando ho capito che facevano sul serio e due signore stavano per venire alle mani nel contendersi il diritto di vedermi sposare una loro parente. Non ho mai fatto nulla per per fomentare una tale situazione, tanto che, avvertito il pericolo, già da tempo non avevo esitato a dire di essere sposato. E oggi all'improvviso il delirio: ho dovuto arrivare a minacciare un tale che stava chiamando il vicino di casa per raccomandargli di portare la figlia a conoscermi. Ho riflettuto tutto il giorno su cosa possa portare questa gente a un comportamento simile e sono giunto alla conclusione che non è tanto dovuto al desiderio di uscire dalla povertà in cui molti versano ma piuttosto all' "essere bambinoni" che è una prerogativa che riscontro sempre più di frequente nei dominicani. Ci sono momenti in cui fatico non poco a comprendere questa gente. Chissà se anche loro avvertono la stessa fatica nei miei confronti? In giornate tipo quella appena trascorsa, mi accorgo della diversità che esiste tra la mentalità occidentale e quella dominicana e mi chiedo quante volte al giorno io ai loro occhi possa sembrare incomprensibile....