Aspettando il Vento

Blog di elDavide, un italiano residente in Repubblica Dominicana, alle prese con l'apprendimento delle lingue, la filosofia della vita in infradito ma soprattutto speranzoso di far proprio lo stato d'animo dei kitesurfer, che aspettando il vento traspaiono una calma serafica.

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martedì, 14 novembre 2006

La Guerra.

Più o meno venti giorni fa, uscendo di casa, inciampo in una donna che lavora con me. Una di quelle che volevano ne sposassi la figlia, per intenderci. Sono ancora assonnato e lei mi aggredisce: " Ciao Davì, abiti qui? Siamo vicini di casa! Vieni che ti presento mia figlia!" Automaticamente il mio cervello apre la finestra 'scuse pronte all'uso' sto ancora scorrendo tra le varie opzioni plausibili quando capisco che è già troppo tardi per rifiutare: la tipa mi agguanta per un braccio e mi trascina con se. Nei cinquanta metri che ci separano dalla clinica dentale dove la figlia lavora, parlando del più e del meno, decido la tecnica da usare: 'faccio il down due minuti, le faccio passare qualunque possibile interesse per me e me la tolgo dai piedi!'  Nel viale di fronte alla clinica la tipa sbraita: "Fatima esci." 'Possibile che i dominicani debbano sempre gridare?' Mi ritrovo con la sorellina non famosa di Jennifer Lopez che mi viene incontro camminando a rallentatore. 'Serra i denti' mi dice il cervello per evitare che mi cada la mandibola in un'espressione ebete di incredulità. La luce rossa che lampeggiante nella mia testa dice: 'PERICOLO!!!' é bellissima. 'Ricorda Davì: DOWN.' Mi da la mano e quasi neanche la stringo, ogni volta che i nostri occhi si incontrano abbasso lo sguardo, fingo di sapere meno spagnolo di quello che so, lascio la conversazione in mano a lei e mi limito a rispondere alle sue banali domande, al primo vuoto nel dialogo mi rivolgo alla madre chiedendo di mostrarmi dove vive la donna che lei conosce che mi lava la roba, lei abbocca e ci allontaniamo senza la figlia che evito di salutare. 'Scampato pericolo'. 'Ma che bella'.
Ieri notte verso le undici, tornando da lavoro lentamente in scooter, a poche centinaia di metri da casa un'auto mi sorpassa illuminando la sagoma di una persona che, nel buio, sta appoggiata alla ringhiera di casa mia. Rallento ulteriormente, il tempo di mettere mano al moschettone da alpinismo che dal giorno dopo che mi sono fatto fregare il cellulare mi fa da portachiavi e comunque torna utile anche come tira pugni. Avvicinandomi ulteriormente distinguo che è una donna. 'Saresti veramente capace di colpire una donna?' in quello mi sale tutta la rabbia per essermi fatto già fregare una volta e il mio cervello si risponde: 'Si!' Mentre mi fermo di fronte al cancello torno ad agganciare il moschettone allo zainetto. L'ho riconosciuta: è Fatima. Scendo dal motorino, mi piazzo davanti a lei che si è scostata dalla ringhiera. "Hola" è l'unica cosa che ci diciamo e stiamo li a fissarci. Questa volta nessuno abbassa lo sguardo. Ha occhi svegli, risoluti e indagatori, non mi sta guardando sta leggendo dentro di me. Due persone che guardandosi percepiscono all'interno dell'altra una parte identica a se stessi. 'Ok, sei abbastanza sveglia da non esserti bevuta la recita dell'altra volta e allora? vuoi una medaglia?' Ma non dico nulla. Mi scappa un sorriso, lei ride con gli occhi. Abbiamo già capito come va a finire. Mi sposto, apro il cancello, spingo il motorino, apro la porta di casa e parcheggio lo scooter in cucina. Lei è già entrata, è in piedi davanti al divano e continua con quello sguardo che mi fa sentire nudo. Chiudo la porta lasciando la chiave nella serratura, mi giro a verificare che ne comprenda il significato: 'Questa è per te. Mi voglio svegliare da solo domani.' Alza le sopracciglia a dire: 'Ho capito, non sono stupida. E comunque sei stronzo.' Torno a piazzarmici davanti e il suo sguardo di sfida: 'E allora?' Io: "Vuoi la guerra? E guerra sia!"
Le quattro del mattino, lei fa la doccia, io cucino. Mi raggiunge in cucina, mi abbraccia alle spalle, mi pianta le unghie nella pancia e un morso su una scapola. Per l'ennesima volta non le do la soddisfazione di dimostrarle d'accusare dolore. Siamo ricoperti di segni. é stata una battaglia senza esclusione di colpi. Le dico: "Tua madre pensa che sei vergine." Ridendo con la fronte appoggiata alla mia schiena: "Mia madre pensa anche che tu sia un uomo facile da incastrare." Io: "Ha ragione." Lei: "Come no! E io sono vergine!" Ora rido io: "Quanta fame hai?" "Molta." "Tua madre sa che sei qui?" "Sei pazzo? Cosa stai cucinando?" "Spaghetti aglio e olio." "Mai mangiati."
Le sei passate, memorizza il suo numero sul mio cellulare. Faccio per darle il mio e mi blocca: "So dove trovarti." La guardo andarsene per la strada. Vado in camera guardo il letto, le lenzuola. Torno in cucina, prendo a caso dal divano un costume e una maglietta ed esco. Attraversando la strada guardo verso casa sua, ma prendo la direzione opposta. Scendo alla spiaggia e mi siedo sulla sabbia fredda ad aspettare l'alba sull'oceano.
postato da: eldavide alle ore 08:44 | link | commenti (2)
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sabato, 11 novembre 2006

Che inizio

PA240011Mattino, le 6:41 quando vengo svegliato da uno sbadiglio rumoroso del vicino di casa. Dalla timida luce che comincia a filtrare dalla finestra della camera da letto so che il sole stà sorgendo. A differenza delle mattine precedenti, anzichè girarmi dall'altra parte e tentare di continuare a dormire, oggi spalanco gli occhi deciso: "oggi vado". Nonostante sia andato a letto dopo le due non fatico più di tanto ad alzarmi, sono convinto. Oggi ho proprio voglia di correre. Una piacevole abitudine abbandonata, mio malgrado, più di tre mesi fa, quando il mio ginocchietto di legno si era decisamente ribellato al troppo allenamento abbinato alle prime uscite in kite. Devo però essere ben sveglio prima di partire e allora: secchiata d'acqua gelida in faccia, una dose di Branduardi in cuffia a tutto volume mentre perdo un pò di tempo lavando le tazze che mi serviranno per il tè quando rientrerò. Pesco dall'armadio pantaloncini e maglietta. Seduto sul divano, allacciandomi le scarpe, penso: "sono 45 giorni che non metto un paio di scarpe? che vita!". Esco, attraverso la strada e scendo alla baia, che non è la stessa baia turisticamente curata dove d'abitudine correvo scalzo di notte. Questa è la baia appena più ad est vergognosamente bella nel suo essere spoglia di costruzioni che ne rovinino la desertica naturalezza. Mi fermo ad osservare. Dalle due volte che in precedenza ci sono stato, la conosco come spiaggia priva di anima viva e sorprendentemente, scopro che a quest'ora del mattino è piena di gente. Quasi tutti corrono, soli o in coppia, altri passeggiano, c'è chi scatta foto, chi porta a spasso il cane e chi pesca in mare. La luce è abbagliante e parto a correre quasi ad occhi chiusi proprio in direzione del sole. Ma ciò non mi impedisce di cogliere e ricambiare i saluti di tutte le persone che incrocio. E proprio facendomi distrarre da chi mi sta intorno non mi rendo conto di tenere un andatura troppo sostenuta per essere la prima uscita dopo mesi. Neanche cinque minuti e tocca fermarmi. Poco male, mi concedo una sana passeggiata in riva al mare esplorando un pezzo di costa che non ho ancora avuto l'occasione di vedere. é uno spettacolo unico. Il sole ancora basso sul mare piatto, dona all'acqua un intenso colore verde. Alle piccole onde che si formano in prossimità della spiaggia gli si può praticamente vedere attraverso. L'unico paio di nuvole in un cielo azzurrissimo assumono sfumature quasi dorate. Tronchi d'albero sulla sabbia, trasportati e levigati dall'acqua, regalano tonalità di tutti i colori. Sono estasiato tanto da perdere la concezione del tempo e della distanza percorsa. é passata quasi un'ora da quando sono uscito di casa. Tornando indietro mi concedo altri venti minuti di corsa ad un andatura più umana e una volta giunto all'accesso al mare che mi riporta a casa, con la scusa di riprendere fiato, mi siedo e me ne sto li ad ammirare e a riempirmi gli occhi di meraviglia. Che inizio di giornata.
postato da: eldavide alle ore 21:35 | link | commenti (3)
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giovedì, 09 novembre 2006

Luna piena

PB090073
postato da: eldavide alle ore 13:14 | link | commenti (2)
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martedì, 07 novembre 2006

Infecciòn intestinal

Già da giovedì sentivo che le forze stavano abbandonandomi, ma lo imputavo al botto di vasche in piscina della mattinata. Poi nottata da incubo, stomaco a pezzi e un paio di linee di febbre, e ancora pensavo a un colpo di freddo. Quindi venerdì decido di andare comunque a lavoro, neanche il tempo di cominciare che mi ritrovo ad aprire gli occhi circondato da facce preoccupate con qualcuno che mi tiene i piedi in alto. "Tranquilli solo un calo di pressione." L'idea di aver a che fare con un dottore dominicano non mi entusiasma granché, ma l'insistenza dei colleghi che dicono di vedermi sempre più pallido e i racconti di un'epidemia di una non precisata malattia, simile alla dengue, dagli effetti più strani, per cui si dice si stiano tutti vacinando (pur non conoscendone il nome) mi convincono. Ok, non sto bene, si va dal dottore. Sorpresa! All'ambulatorio, per quanto sia il più conosciuto e centrale di Cabarete, non c'è coda, l'infermiera che si prende subito cura di me è un angelo, il dottore mi parla a lungo, mi visita, mi diagnostica un' infezione intestinale e mi prescrive dei farmaci. Il tutto per meno di 12 euro. Non basta: in farmacia, essendo che devo assumere tre pastiglie al giorno per cinque giorni, il farmacista apre la scatola del medicinale ne estrae le quindici che mi servono e pago solo quelle.
Ora inizia la parte difficile: cinque giorni rinchiuso nello zoo (il mio appartamento) senza internet, tv, radio, e telefono. Non ho neanche lo scooter per passare il tempo a smontarlo e aggiustarlo perchè l'ho prestato. Il primo giorno se ne va facilmente tra sonno e febbre. I due seguenti trascorrono all'insegna di: "cerco di impegnarmi in tutte le maniere per occupare il tempo." Termino il libro che sto leggendo, ne inizio un'altro che finisce in una giornata, mi sparo tre dvd di corso di inglese di fila. Sei ore di verbi per ritrovarmi alla fine a incasinare tutti i tempi fra loro. Dopo aver mangiato la sesta minestrina in tre giorni e accortomi di dar segni di squilibrio parlando col frigo, lunedì decido che guarito o no si torna a lavoro. é giorno di festa lunedì (me l'ha detto il dottore) chiedo in giro per sapere che si festeggia, magari per scriverne un post, e una parte dei dominicani a cui chiedo non sa neanche di cosa sto parlando, altri mi danno versione differenti: c'è chi dice che sia la commemorazione della liberazione del paese dall'occupazione haitiana (questa me la avevano già spacciata ad agosto) altri mi dicono che  si tratta di una ricorrenza minore locale, la maggior parte delle donne invece parla di un imprecisato avvistamento di un qualche santo. bho
postato da: eldavide alle ore 17:08 | link | commenti (4)
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venerdì, 03 novembre 2006

Che Pollo.

é giovedì sera, sono quasi le undici, la giornata lavorativa è stata interminabile. Gli ultimi due camerieri mi salutano e se ne vanno. Rimango solo al locale con il tale della sicurezza notturna. Voglio scrivere un paio di email prima di andare a casa e come d'abitudine vado a sedermi sui lettini nel giardino dall'altro lato della piscina. Qui il segnale internet è più forte, anche se devo fare in fretta perchè, a quest'ora i "mozquito" mi divorano. Sono immerso nel buio quindi per poter vedere i tasti porto la luminosità del monitor al massimo, anche se so che non mi permette di vedere nulla attorno a me. Infatti fino a che non si siede sul lettino accanto al mio, non percepisco la sua presenza. Mi sorprende, attacca a parlare, e a tempestarmi di domande senza darmi il tempo di rispondere. é una "puta", quando si sporge verso di me vedo dagli occhi sgranati e dalla velocità con cui li muove che deve aver avuto un prolungato incontro con la signora cocaina. Le dico che se ne deve andare, che deve starmi lontana. Mi chiedo cosa cavolo starà combinando la sicurezza dell'albergo per averle permesso di passare. Lei non demorde, si avvicina, non smette di parlare e allunga le mani. Penso che il suo obiettivo sia il computer. Passo dal tenere le gambe incrociate sul lettino a mettere i piedi a terra, pronto a scattare nel caso si azzardi a prendere il portatile e scappare. Mi mette una mano sulla coscia, le prendo il polso stringo con forza e lo giro. Saltiamo in piedi tutti e due sono tra il computer e lei che si è allontanata di qualche metro. Spero non abbia qualche compare nel giardino alle mie spalle. Per un momento leggo paura nel suo viso ma subito dopo riprende la recita chiamandomi "mi amor" tornando ad avvicinarsi spogliandosi. Alzo la voce, la spingo lontano, a questo punto se ci fosse il "seguridad" titolare sarebbe già arrivato con tanto di macete, ma per mia sfiga è in vacanza e a sostituirlo c'è un haitiano addormentato che quasi non parla spagnolo e penserà che mi sto divertendo. La tipa l'ha capita e ricoprendomi di insulti se ne và da dove è venuta. Mi giro a guardare il computer che stà ancora li e mi accorgo che tra i lettini dove per un attimo siamo stati seduti c'è il mio zainetto aperto. "Calmo Davì, l'hai lasciato aperto tu. Non può aver avuto il tempo.... e comunque avresti sentito il rumore della cerniera....." Non mi riesce molto di convincermi e comincio a controllare col cuore in gola. Mano a mano che all'interno dello zainetto trovo i soldi, la macchina fotografica, ipod, le chiavi dello scooter e di casa comincio a rilassarmi. E il cellulare? Stava in una tasca di rete esterna. Appunto, stava!  Merda! Si è fregata il telefonino. Guardo nella direzione in cui si è dileguata ma già so che il telefonino sarà già passato di mano in cambio di qualche striscia bianca. Provo a chiamare da skype, al primo tentativo suona ma non rispondono, al secondo riattaccano, al terzo parlo con un uomo che mi dice di averlo trovato sulla spiaggia. Mentre gli  dico che il telefono glielo regalo e che voglio solo il cip, riattacca, spegne e tanti saluti al cellulare. Mi sono fatto fregare.
postato da: eldavide alle ore 13:02 | link | commenti (1)
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giovedì, 02 novembre 2006

Playboys, l'inglese e l'euforia.

Arrivo alla spiaggia rilassato oggi. Vado su pontile, le bandiere dicono che il vento è poco per il kite, probabilmente crescerà più tardi, ma oggi comincio presto a lavorare, quindi con immensa gioia dei miei muscoli, che da quando mi sono alzato dal letto implorano pietà, mi rassegno a non uscire. Ad un tavolino ci sono Dominique (Inglese), Joel, Xavier (Dominicani) e un turista svizzero che non conosco. Saluto ma  non siedo con loro, dopo il troppo sole di ieri preferisco l'ombra della panchina. Sto li a guardare un paio di istruttori che danno lezione in spiaggia, quando mi si avvicina un tale che poco prima avevo visto attaccare bottone coi ragazzi al tavolino. Prima ancora che apra bocca so già, dalla camicia havaiana rossa a fiorelloni bianchi, che è statunitense. Non mi dispiace scambiare due chiacchiere, ho tempo da perdere e da un paio di settimane, con la mia incostanza, sto studiando inglese, quindi ben venga un pò di pratica. Mi chiede se parlo inglese, come mi chiamo, da dove vengo, se sono qua in vacanza. Gli rispondo che parlo un pò di Inglese, che ho qualche problema a comprendere la pronuncia degli states, dunque se parla lentamente capisco meglio, che mi chiamo Davide, sono Italiano, vivo qua e lavoro nel locale alle mie spalle. Lui è sui sessantacinque anni, pallido, pochi capelli bianchi con sfumature giallastre, ma non biondi più che altro sporchi, una pancia enorme. Elvis si chiama e vorrei dirgli: "ma dai? quello vero? lo sai che sono in molti a pensare che tu sia ancora vivo? eri davvero una spia della c.i.a.? me lo fai un movimento di bacino o hai problemi di sciatica alla tua età?"  Sono ancora lì a fantasicare su come si dirà sciatica in americano che lui è gia ripartito a parlare. Parla a raffica, ma capisco perfettamente che dice di essere un playboy, il numero uno dei playboy al mondo, che se voglio mi da lezione o che possiamo uscire insieme e lui, "il re della seduzione", sedurrebbe le ragazze per me e poi io me le potrei "fottere". Rimango basito. Sento sghignazzare dal tavolino ma non voglio staccare gli occhi dalle sue labbra per poter comprendere il più possibile. Riesco a rimanere serio. Capisco che crede veramente in quello che dice. Sta già continuando col enunciarmi l'esorbitante numero di donne che ha avuto, che per lui è una missione insegnare ai giovani senza esperienza a possedere una donna e blà blà blà... Io automaticamente, quando qualcuno mi parla in inglese, abbasso lo sguardo sul suo petto, non per guardargli le tette nel caso sia una donna, ma cercando i sottotitoli per comprendere meglio, come nel mio video corso di inglese in dvd, e mi accorgo che dal taschino della camicia sta estraendo uno dei tanti fogli, con indirizzi email, numeri telefonici ed elenco dei vari servizi forniti. Mi prega di contattarlo se ho bisogno, mi da la mano sudaticcia e viscida, saluta e va ad attaccare il prossimo probabile cliente. Lo guardo incredulo allontanarsi, mi giro verso il tavolino e Joel mi fa cenno di avvicinarmi. Rompo il silenzio in spagnolo con un "quello è completamente pazzo!" "ho fatto veramente fatica a non ridergli in faccia!" partiamo tutti a ridere e per più di cinque minuti, leggendo i suoi foglietti, ridiamo fino a farci venire le lacrime agli occhi. Siamo contagiosi, regaliamo ilarità a tutta la spiaggia, ma è veramente impossibile smettere di ridere dopo un'esperienza simile. Nel frattempo il vento è cresciuto, saluto i ragazzi che escono coi kite e sto per andare a lavorare, quando sul pontile dalla spiaggia sale un gringo grasso con una ragazza bellissima, ma la mia attenzione va tutta alla frase scritta sulla maglietta del tipo. Da quando studio inglese non riesco a non leggere tutto ciò che vedo. Capisco che sto sicuramente leggendo una battuta ironica, ma mi manca il significato di una parola per poterla comprendere. Dirigo alla scuola di kite per chiedere una traduzione ad uno degli istruttori, incrocio Ayel (dominicano) e gli chiedo cosa significhi "shy" e in spagnolo mi dice "timido". Scoppio a ridere, lui vuole sapere cosa c'è di tanto divertente, lo porto sul pontile a leggere la maglia del tipo e insieme diciamo: "I'm shy but i've got a big dick!" e giù a ridere di nuovo. Attratto dalle risate arriva Lillo, altro istruttore dominicano, gli traduco la maglietta in spagnolo e ora siamo in tre a sbellicarsi dalle risate. Era un bel pò di tempo che non ridevo così di gusto. Ma quanto bene fa? E memorizzo sul dashboard del portatile: "DEVI RIDERE PIù SPESSO, SHY".
postato da: eldavide alle ore 11:14 | link | commenti (1)
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