In viaggio dalla città di Santo Domingo direzione nord, durante una sosta, mi perdo nel negozio del benzinaio e decido di realizzare un desiderio che già vivo da tempo: dopo quasi un anno di Repubblica Dominicana, sono pronto per leggere il mio primo libro in spagnolo. La scelta di un buon libro passa per una infallibile tecnica, ormai collaudata: non faccio caso ne a titoli, ne ad autori, semplicemente scorro lo sguardo su tutte le copertine e scelgo quella con i colori che più mi colpiscono. é così che mi ritrovo in mano "La Tumba de Colon" di Miguel Ruiz Montanez. Un romanzo storico che mi rapisce da subito, perchè ambientato qui a Santo Domingo, negli stessi luoghi storici, strade, monumenti e popolo che conosco e di cui ormai mi sento parte. La lettura procede come ovvio abbastanza a rilento, anche perchè, armato di matita, mi perdo a sottolineare le parole che non conosco, che però devo ammettere essere meno di quelle che temevo. Certo ora mi rendo conto e devo dare atto a Sophia che ha ragione quando dice che, in dieci mesi a Cabarete, non ho imparato lo spagnolo bensì quello che lei chiama un "dialetto della selva".












Las Galeras all'estremo est della penisola di Samanà. Un paradiso!



Bayahibe nel sud/est dell'isola è un piccolo pueblo di mare, un paese di pescatori ora convertiti al trasporto di turisti e subacquei. La prima impressione che mi da, vedendo strade sterrate e case che sono poco più che baracche, è negativa. Ma una volta sceso dall'auto e fatti due passi a scoprire le baie, mi faccio subito rapire da questo luogo fuori dal mondo. Il mare è una tavola, acqua trasparente, barche ormeggiate, una baia di scogliera e una di sabbia bianca. Odore di acqua salata, di resina per riparare le imbarcazioni tirate in secca e un profondo senso di tranquillità. Fortunatamente i villaggi "all inclusive" sono un paio di chilometri più a est a Los Dominicus. Qui un solo villaggio vacanze, un hotel e tre ristoranti sul mare fanno di Bayahibe un luogo estremamente godibile. Neanche le orde di turisti che da qui salpano per gite o immersioni verso le isole di Saona e Catalina ne disturbano la pace.
La città di Santo Domingo, non ancora visitata come si deve, sebbene osservata più attraverso i finestrini di un auto che tramite minuzioso turistico passeggio, ha da subito un sapore di già visto. Ma non collego subito. Necessito di un bel pò di ore a guardare chiese, osservare l'architettura dei palazzi, a perdermi per barii dal sapore antico, con troppa sporcizia e soffocati da troppe auto. E infine l'illuminazione: La Capital mi ricorda decisamente una grande città Portoghese. Si si, assomiglia a Lisbona con un pò di più palme. Mi sa che comincia a piacermi Sto Domingo.
Il viaggio comincia alle 5 e mezza, esco di casa zaino in spalla che è ancora buio. Per la prima volta oggi affronterò l'avventura del taxi popolare, che consiste nel viaggiare in macchina con altri sei sconosciuti stando seduto sulla leva del freno a mano. Fortunatamente i 20 km di taxi scorrono via veloci. Ora tocca affrontare l'avventura Pullman . Entro nella minuscola sala d'attesa fronte statale, picchietto sul vetro della biglietteria per svegliare il tipo che ronfa seduto dall'altra parte e compro il biglietto di sola andata per La Capital. Le successive 5 ore di viaggio passano monotone con sempre lo stesso troppo povero scenario che scorre fuori dal finestrino. L'arrivo a Santo Domingo non è dei più felici: sono già un fascio di nervi per l'aria condizionata polare che di certo non aiuta il mio intestino a guarire dall'ennesima infezione che mi tortura da tre giorni. L'impatto col traffico di una grande città tradotta in mezz'ora di coda mi ricorda che da 10 mesi vivo in un paesello in riva al mare attraversato da una singola strada e non ho più l'abitudine a sopportare un simile caos. Al capolinea scendo e mi fiondo fuori dalla stazione, lo scenario è dei più tristi: sono sotto un cavalcavia, guardo un incrocio di 6 strade a 3 corsie intasato, concerto di clacson, pedoni che sbraitano contro auto e polizia, tassisti che mi aggrediscono e di chi mi doveva venire a prendere neanche l'ombra. Telefono, mi arrabbio, riattacco. Torno a guardare il tabellone delle partenze pronto a tornarmene alla mia spiaggia del nord. Ma il buonsenso ha la meglio e decido di aspettare. Sophia arriva in taxi. Il programma prevedeva che mi prelevasse in stazione e con la sua macchina partissimo immediatamente in direzione sudest. Mi girano ancora di più. Dice che per 2 ore avrà da fare, che la macchina è a riparare, che devo andare in albergo.... neanche ascolto il resto. Si va in albergo, vorrei solo fare una doccia e dormire un pò e invece via subito ancora in mezzo al caos. Speedy il tassista guida come un folle e non mi permette di guardarmi attorno un granchè, la sua guida però non mi preoccupa più di tanto e penso che anche io guidavo così una vita fa. Mi abbandonano alla "ciudad colonial", che pare sia l'unico posto dove possa muovermi da solo con relativa sicurezza. Torneranno tra due ore, intanto posso vedere e fotografare chiese, monumenti e quant'altro. E mi ritrovo a guardare la statua di Cristoforo Colombo e a chiedermi se quando partì dall'europa alla scoperta di una nuova via per l'india, avrebbe potuto immaginare di finire un giorno statuariamente immortalato in un isola dei caraibi ad offrire il proprio indice come trespolo per un piccione o forse un colombo.